Certamente, i miei problemi personali con la burocrazia italiana sono ben poca cosa rispetto a quanto il Presidente Barack Obama deve sopportare in patria: i negazionisti crescono e faranno sentire la loro voce.
Perché questa cosa sia così determinante per il popolo americano non si capisce da questa parte dell’oceano. Non si capisce sopratutto se gli articolisti nostrani omettono di dire una cosa fondamentale: non può essere eletto Presidente degli Stati Uniti d’America una persona che non sia nata sul suolo degli Stati Uniti.
Cioé, per capirsi, se un cittadino/cittadina americano/a venisse al mondo in Italia, su suolo italiano, egli o ella non potrebbe mai risiedere al 1600 di Penn. Ave. Anche se fosse cittadino americano. Non solo acquisito, ma anche per nascita perché figlio legittimo o naturale di cittadini americani. Proprio no.
La bizzarra norma non era così bizzarra alla fine del 1700, quando Madison e compagni scrissero quelle poche paginette – “We, the people” – che sconvolsero la politica mondiale: in un Paese in rivolta contro la madrepatria, avere un Re-eletto che fosse americano “vero”, cioé figlio delle ex-colonie in senso strettamente geografico, era una ulteriore garanzia di non ingerenza di interessi esterni in futuro, con una salvaguardia per i residenti da lungo periodo anche se nati britannici.
Tanto per dirne una, nemmeno Arnold Schwarzenegger che, come Reagan fu attore e, come Reagan lo è stato, è l’attuale Governatore della California, potrebbe essere eletto alla carica, in quanto nato indubitabilmente in Austria.
Così la polemica se Obama sia o meno nato nelle Hawaii è più da azzeccagarbugli che un simpatico riempitivo delle paginate estive dei quotidiani Usa: la ricerca di un certificato, in un Paese la cui anagrafe certamente non brilla per semplicità né completezza (i modelli napoleonici e asburgici dell’Europa continentale sono un sogno/incubo irrangingibile per i cittadini statunitensi) è così opera di battaglie lagali estenuanti.
Se vi fossero le prove della falsificazione – ovviamente finora del tutto presunta e di difficoltosissima dimostrabilità – della documentazione prodotta dall’attuale inquilino della Casa Bianca, o comunque un errore “in buona fede” dei genitori, si aprirebbe la controversia sul diritto del giovane e abbronzato pseudo-socialista afroamericano ad essere il quarantaquattresimo Presidente della prima potenza mondiale. Ma se così fosse penseremo intensamente a quel funzionario burocrate civile hawaiano che lo registrò in una calda estate di 48 anni fa non sapendo che – grazie ad una leggerezza – stava scrivendo un pezzo di la storia del mondo.