A me piace.
La proposta minimalista che non prevede tanto cemento a me piace.
L’idea che il segno dell’Expo 2015 a Milano sia l’acqua rende merito alla città che, senza sbocco al mare è stata uno dei principali porti commerciali del mondo. Io mi ci ritrovo. Si spendano i soldi per aprire i navigli, oramai non navigabili poiché invasi da parcheggi, metropolitane, fognature e fibre ottiche, ed in generale quel mare di merda che in questo secolo la nostra grigia Milano ha messo sotto il tappeto. Ma fa nulla: si riaprano e si mostrino come leggeri canali dove la città possa scivolare.
Non si ritorni certo alle pittoresche cartoline in bianco e nero, nelle quali Molino delle Armi (oggi pieno centro città, con appartamenti da milioni di euro, per capirci) era un vero canale, con vere barche che portavano vere merci; si punti al futuro, all’acqua come elemento della vita, a farne simbolo della città industriosa che costruì, grazie al prezioso liquido, la propria fortuna. Le rogge furono l’oro delle pianure, dove sapienti mani di ingegneri seppero costruire canali ali da irrigare e rendere fertile ogni metroquadro di pianura, tra Ticino e Adda.
A me piace. Piace questa Milano che oggi rinuncia alla colata di cemento per un giardino di lusso, per le serre. Mi piace rinunciare alle torri, per recuperare la vista non di grattacieli ma delle montagne, delle maestose Alpi che si vedono vicine, e cingono la città in un festoso abbraccio durante le limpide giornate di sole. Sempre che ci si trovi un po’ rialzati, ovviamente.
Questo farei. Zone rialzate naturali, lontane dall’expo, dove poter osservare una Milano diversa: una Milano che corresse a pelo d’acqua, dove poter vedere, dall’alto (perché Milano si è sempre vista dall’alto, dalla Madonnina come dalla torre Branca), in continuità con l’area. Dare mura verdi a Milano, cingerla, contenerla, farla acquietare, lasciarla scorrere su veloci passerelle d’acqua, farla rallentare: come le chiatte sui navigli.

